Valentino Szemere - PARABASI
Vorrei che chi guarda questi lavori ne capisse la menzogna voluta.
Non sono fotografie, o forse lo sono, immaginate, ma non immaginarie. Se sono false, lo sono quanto la fotografia stessa - posata, inquadrata, corretta - quanto il bianco e nero (estetica sublime della tragedia) con il quale contrabbandiamo l’orrore rivestendolo di estetica occidentale.
I miei modelli non sentono, non patiscono, ma proprio per questo sono - credo - più veri, perchè universali.
Paràbasi è un termine della commedia greca. Non a caso: queste sono fotografie di scena. Teatro (perciò menzogna) di fondali dipinti, di visi truccati, di pose e di fiati. E ognuno deve recitare il mio copione.
Noi tutti non siamo altro che questo: comparse, brevemente sulla scena, a dire battute già dette da altri, cercando di metterci del nostro.
Ma la platea è - e sarà sempre - deserta.
Ho cercato a lungo, la voce, il tono per esprimere senza attutirli, ad uno ad uno, gli urli afoni della nostra condizione umana.
Con questi lavori cerco di dare voce alla solitudine.
Non solitudine di contatti, nè di opportunità, nè di attenzione. È la solitudine di chi accetta la verità più ovvia: non possiamo comunicare. Come nell’aforisma del suono non sentito di un albero che cade nel bosco, albero che, perciò, non può esistere, così i nostri suoni muoiono nel fatto paraddossale che, chiunque li ascolti, per farlo li modifica.
Nell’atto stesso di ascoltare - di decifrare - c’e il confronto con il proprio universo. Questo confronto genera un qualcos’altro che non è più la voce originale.
Quanta parte di noi è ineffabile e repressa. Quanto di noi forzatamente segreto.
I falsi discorsi e l’estetica della tragedia
paràbasi
Nell'antica commedia greca, intermezzo occupato dai coreuti che, rompendo la finzione scenica, apparivano sulla scena senza maschera recitando versi satirici non pertinenti con il soggetto della commedia.
Irrompono sulla scena i coreuti
senza maschera gridando:
“È falso, è falso” .
Complice l’autore,
nella commedia spargono
nuove ferite tra le risa.